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Marina di Puolo, con i suoi 150 abitanti, una trentina residenti nella parte appartenente al Comune di Sorrento ed il resto nel territorio di Massa Lubrense, costituisce la più piccola delle frazioni sorrentine e lubrensi. La sua storia scorre tra le rughe dei vecchi pescatori, intenti a riparare reti e a scrutare il mare, il mare della Riserva Naturale Marina di Punta Campanella, un'area protetta di notevole pregio ambientale per la sua biodiversità. Il borgo, tutto raccolto a ridosso della spiaggia grande, è sorvegliato dall'antica torre di avvistamento dei pirati… la mole di un fantasma, testimone di storie di mare e di sangue… Puolo anni 50Un ritratto verace della "Terra delle Sirene", forse non così diverso da quello ammirato da Publio Papinio Stazio (poeta latino nato a Napoli nel 45 d.C. e morto forse nel 96 d.C.) che, venti secoli addietro, scriveva: "S'apre qui il porto (e lo formò natura) intorno al quale s'ergono disposti in giro colli e monti in quella guisa che la crescente luna in ciel si vede, ed è cinto verso terra d'alti scogli. Il mare s'avanza placido in questo seno lasciando il lido umido ai pie' dei colli." (Silvae, II,2).
Il nome "Puolo" è certamente una distorsione del latino "Pollius", nome del patrizio romano Pollius Felix, proprietario della villa celebrata proprio da Stazio nei due carmi: "Villa Surrentina Pollii Felicis" ed "Hercules Surrentinus Pollii Felicis".
Prima della costruzione della villa il luogo doveva essere disabitato, infatti Stazio, nel carme Hercules Surrentinus Pollii Felicis, così descrive il posto prima che Pollio Felice riedificasse il Tempio in onore di Ercole "...una spiaggia desolata che serviva solo da riparo ai marinai di passaggio ...".
La villa rispecchiava sicuramente l'animo sensibile del suo fondatore,
seguace delle dottrine di Epicuro, dedito all'arte oratoria, alla poesia ed alle belle arti, che nella sua giovinezza aveva occupato anche cariche pubbliche. Ruderi della Villa Romana di PollioL'edificio abbracciava l'intera baia (dal Capo di Sorrento al Capo di Massa Lubrense); circondato da splendidi giardini e vigneti, era un vero e proprio scrigno di tesori e di opere d'arte, magnificamente adornato con bellissimi marmi policromi provenienti dall'intero Mediterraneo. Sicuramente Stazio non esagera nel decantare la villa del suo amico e mecenate, tant'è vero che molti secoli dopo il francese Jean-Jacques Bouchard, che visitò Sorrento nel 1632, nel suo "Journal" descrive così la zona: "Subito dopo vi è un altro golfo o marina chiamata Polo, che il Capaccio (autore delle Neapolitanae Historie -1607- n.d.r.) presume sia la corruzione di Pollio, la cui memoria si è conservata fino ad oggi grazie a magnifiche costruzioni erette non su questa marina -come pensa Oreste- ma un po' oltre, sul confine tra il territorio di Massa e quello di Sorrento, dove si può osservare quella bella veduta che Stazio descrisse nel Surrentinum Pollionis e dove vi sono resti di una venerabile antichità; lì infatti si possono ancora vedere portici, piscine, bagni stanze… tali rovine sono così magnifiche che sembrano quelle di un'intera città e non di una semplice dimora".
Oltre l'approfondita descrizione che della zona fece il poeta latino, non si trovano molte notizie nella bibliografia conosciuta ma, spulciando nella "Storia di Massa Lubrense" del Filangieri, Puolo viene nominata allorquando si parla dell'invasione dei turchi del 1558 " ... tutta la città di Massa dalla predetta marina sino a quella di Polo era circondata da triremi ..." anche se poi non si riportano danni o rapimenti nell'elenco redatto a seguito dell'invasione dei saraceni.
Il Filangieri riporta inoltre tutte le notizie relative alla cosiddetta "Causa di Puolo". Nel 1570 cominciò la lite tra massesi e sorrentini; quest'ultimi pretendevano che la marina di Puolo spettasse tutta a Sorrento, col relativo Jus piscandi (diritti che si percepivano dai pescatori che pescavano nel territorio). La lite fu decisa a favore di Massa dalla Gran Corte della Vicaria, con sentenza del 28 novembre 1571. Ma nel 1613 i sorrentini accamparono nuovi diritti sulla marina; Massa ancora una volta si appellò alla giustizia vicereale e finì per aver ragione da una sentenza del Consiglio Collaterale del 2 maggio 1628, secondo la quale, la marina di Puolo veniva divisa tra i due territori dal confine naturale del rivo che sfocia in direzione della Petrapoli ('o scuoglio 'e miez' - lo scoglio di mezzo).
Sicuramente nei secoli il villaggio è stato sempre abitato, in quanto è certa la presenza sul territorio di tre chiese. La chiesa dell'Addolorata sorta intorno al 1500 e riedificata nel settecento allorquando la chiesa di Sant'Erasmo, che sorgeva nel territorio lubrense vicino al rivo dove adesso è stato costruito il palazzo che ospita il Ristorante da Rafele, rovinò per poi essere demolita definitivamente al tempo dei francesi. Interno Chiesa SS.AddolorataSecondo la tradizione tale chiesa era antichissima e si diceva che fosse esistita la colonna ove Sant'Erasmo avrebbe sofferto il martirio e che la sabbia antistante al luogo ove sorgeva la chiesa fosse miracolosa. La terza chiesa, di cui il Filangieri ci dà notizia, è la cappella di S.Eustacchio che stava propriamente sul Capo di Massa (all'altezza dell'insenatura detta Monticello). Di quest'edificio, già diruto nel 1654, ora è possibile scorgere solo un piccolo brandello di mura nel lato occidentale dell'insenatura. Nel 1797, in seguito all'epidemia della peste nella vicina Napoli, l'Università lubrense istituì a Puolo un presidio di guardie civiche per evitare che gente estranea entrasse nel territorio. Secondo il folclore locale, le famiglie degli Esposito e dei Di Leva (che si stabilirono a Puolo tra la fine dei 1700 e l'inizio del 1800) provenivano proprio dal Borgo dei Pescatori di Napoli da cui si erano allontanati per sfuggire al contagio di un'epidemia di peste o di colera.
Nulla purtroppo si è trovato riguardo l'edificio della "Loggia". La tradizione popolare vuole che questo stabile, che costituisce la maggior parte del
nucleo originario del paese, fosse un pastificio e che la grande terrazza che lo sovrasta servisse ad essiccarvi la pasta prodotta. Certo l'architettura dell'edificio, abbastanza singolare se non unica nel paesaggio sorrentino, presenta enormi stanzoni con volte ad arco (ora per la maggior parte suddivisi da tramezzi e soppalchi), cisterne e pozzi interni; contorte scale poi, che conducono dai monazzeni posti a livello della spiaggia, al terrazzo sovrastante attraversando il piano intermedio, e la presenza di un locale detto il mulino, dove fino a pochi anni orsono era presente ancora una macina, supporta quello che recita la diceria popolare.
Passando alla storia più recente e riflettendo sull'evoluzione che il paesaggio ha avuto da quando lo descrisse Stazio fino ai giorni nostri, si può affermare che Puolo, nonostante lo scempio effettuato dalla cava, è uscita abbastanza indenne dal sacco edilizio che ha subito la penisola sorrentina negli ultimi trent'anni. Fondamentale è stato sicuramente il comportamento di Achille Lauro che ha conservato praticamente intatto il territorio che fa da cornice alla maggior parte della baia, acquistato agli albori del '900. Provvidenziale per l'ambiente fu anche l'atteggiamento delle Marchese di Serracapriola che, agli inizi del 1960, si opposero ed impedirono lo scellerato progetto per la realizzazione di una strada che doveva partire dalla Marina Grande di Sorrento e, costeggiando il mare, raggiungere Massa Lubrense. torna su

LA CAVA ('A Muntagna)
Alla fine del 1800 la costa, che praticamente era rimasta intatta dall'epoca in cui Pollio Felice vi aveva costruito la sua splendida villa sorrentina, fu deturpata a suon di dinamite, ad est sul promontorio della Calcarella ed ad ovest nella cava Merlino. Con la lenta e continua attività estrattiva caddero a colpi di polvere da sparo milioni di metri cubi di roccia calcarea e con essa i preziosi ruderi della villa romana tanto decantata da Publio Papinio Stazio. Bisogna pur dire che, l'attività estrattiva iniziata con i Fernez ed i Fogliotti, che si erano limitati, per quanto si ricorda, all'estrazione della pietra calcarea per la produzione della calce nella Calcara (il grande edificio in tufo all'ingresso della cava), in seguito, con l'acquisizione del territorio da parte dei Merlino, divenne una vera e propria industria a carattere stagionale offrendo opportunità di lavoro a centinaia di persone che provenivano dall'intera penisola sorrentina, in un territorio dove esisteva solo la pesca, l'agricoltura ed una sparuta marineria. Oltre agli abitanti del luogo, molti immigrati, soprattutto sardi, trovarono lavoro nella cava (i Zuddas, i Murredda, il Migliorini - noto per essere uno dei più bravi caricatori). La cava divenne, come si è detto, una vera e propria industria con maestranze proprie, specializzate e non (ingegneri minerari, amministratori contabili, capi operai, gruisti, minatori, carpentieri, cavapietre, manovali ed apprendisti), una struttura autosufficiente con uffici amministrativi ed un'officina specializzata (la forgia) dove carpentieri esperti costruivano o riparavano i carrelli per il trasporto delle pietre e dove i fabbri forgiavano i vari attrezzi occorrenti per l'attività estrattiva. Man mano che il promontorio veniva rosicchiato, sulla spianata che si creava veniva posto un reticolo di binari necessari per lo scorrimento dei carrelli, sui quali potenti gru a vapore caricavano gli enormi massi. I binari conducevano sia alle banchine d'imbarco dei pontoni, sia all'attracco delle bettoline (battelli destinati al trasporto di pietrisco), sia al frantoio dove i detriti venivano trasformati in brecciolino per essere poi caricato sui paranzielli (velieri muniti di motore). torna su

I PONTONI
I lavori nella Cava erano strettamente legati all'attività principale della ditta Merlino che era quella di costruire opere marittime (porti e dighe frangiflutti). Per il trasporto dei massi si utilizzavano i pontoni, grosse chiatte su cui erano poste file parallele di binari necessari per l'imbarco dei massi posti sui carrelli. I pontoni, denominati Campania, Asti, Savoia (a denotare l'influenza piemontese nella ditta Merlino) venivano trainati dal rimorchiatore Pietro Micca acquistato dalla ditta in Inghilterra, agli inizi del secolo, e tutt'oggi ancora operante come mezzo da diporto (unica nave a vapore italiana ancora in circolazione). Essi si avvalevano di equipaggi che svolgevano le mansioni più svariate, erano un po' marinai, un po' operai, un po' gruisti, un po' ferrovieri a seconda delle operazioni che il mezzo svolgeva. attracco pontoneIl Savoia affondò nel porto di Puolo a metà degli anni sessanta mentre il Campania e l'Asti furono messi in disarmo e sostituiti con zatteroni a motore allorquando, qualche anno prima della chiusura dell'attività, furono messi in disparte i carrelli e le gru a vapore e furono utilizzati moderni bulldozer e camion da cava. Dagli inizi del '900 fino a metà degli anni settanta, nel periodo che andava da Aprile ad Ottobre, la vita degli abitanti del borgo era scandita dai ritmi legati all'attività della cava: il rumore prodotto dal frantoio, il fischio del capo operaio per l'inizio e la fine dei turni di lavoro, i tre squilli di tromba che avvisavano operai e popolazione l'imminente esplosione di una mina, il rumore del grosso compressore - posto nei locali all'ingresso della cava - che pompava aria ai martelli pneumatici che operavano lungo il costone roccioso, il martellare degli operai nella forgia, il fischio del Pietro Micca che chiedeva a qualche cutter ancorato nella baia di spostarsi al fine di effettuare la complicata manovra per l'attracco dei pontoni e la voce possente del capo-pontone che all'attracco chiedeva "'O pont' è lest'? Ammaina!" (il ponte è libero? ... ammaina!) e solo allora il ponte levatoio che era alla testata del molo veniva calato ed iniziavano le operazioni d'imbarco dei carrelli carichi di macigni. torna su

LA GALLERIA
Periodicamente, ogni 4-5 anni, avveniva il grande evento, veniva fatta esplodere la galleria. Praticamente dopo una lunga operazione di scavo per la costruzione di una galleria cieca, effettuata di solito a metà del costone roccioso, il tunnel scavato veniva imbottito con tonnellate di tritolo e fatto esplodere. Prima dell'esplosione, i periti della ditta Merlino passavano per ogni casa prendendo nota anche delle più piccole lesioni negli stabili al fine di evitare rivalse non fondate a seguito di eventuali danni creati dall'esplosione stessa. I Comuni di Massa Lubrense e Sorrento emettevano le relative ordinanze di sgombero delle abitazioni dell'intero paese e l'interruzione al traffico marittimo nella zona. L'esplosione veniva annunciata da tre squilli di tromba a distanza di un'ora l'uno dall'altro. La potente esplosione faceva scuotere la terra ed era avvertita fino a Meta di Sorrento, la collina veniva dilaniata e milioni di metri cubi di roccia calcarea rovinavano. All'inizio delle attività, per staccare i massi dal costone si utilizzavano piccole cariche di tritolo che venivano alloggiate in fori ricavati a colpi di scalpello e mediante la caval'utilizzo di acido muriatico che corrodeva il calcare. La prima volta che fu utilizzato il metodo della galleria, forse per imperizia dei minatori, i risultati furono deludenti. I vecchi ricordano che "la galleria fece cannone" infatti, i pochi massi che furono strappati alla montagna vennero scagliati, come da un potente cannone, in mare fino all'altezza dei promontori che delimitano la baia. Con la fine delle attività il territorio della cava fu venduto ed i nuovi proprietari cercarono di effettuare una grossa operazione di speculazione edilizia, operazione bloccata sul nascere dall'azione intrapresa dall'Associazione Amici di Puolo che, nel 1979, con una petizione popolare sottoscritta da migliaia di cittadini, riuscì a coinvolgere tutti i partiti presenti
in Parlamento ed a bloccare la colata di cemento che avrebbe definitivamente rovinato la baia. torna su

LA PESCA
La pesca è stata per secoli l'attività principale degli abitanti del borgo. Ciclicamente, a seconda delle stagioni e del pesce che periodicamente si presentava nel Golfo, i pescatori attrezzavano le imbarcazioni con le reti e gli arnesi più appropriati.
Così, la primavera e l'estate solitamente erano legate alla pesca delle alici. I lunghi gozzi venivano equipaggiati con le lampare (grandi reti da circuizione) e all'imbrunire prendevano il largo le barchette con i globi a poppa (grandi lampade alimentate a petrolio); quest'ultime, procedendo a bassa velocità, attiravano il pesce e lo convogliavano nel luogo più appropriato per essere cinto e catturato dalla grande rete. Al mattino le grandi reti (di cotone, fino agli anni '60) venivano stese sull'arenile per farle asciugare ed i pescatori si disponevano intorno ad esse per ripararle (cunciare) dei danni che inevitabilmente (vista la delicatezza del materiale) subivano ogni notte; i bambini ripulivano i gozzi dalle alghe e dai piccoli pesci e stendevano il pagliolo intorno alle barche per farlo asciugare. Verso le undici del mattino le reti stese venivano panniate (maneggiate per far cadere sabbia e sassolini) per essere poi raccolte ed imbarcate sui gozzi ripuliti ed ordinati. Nel pomeriggio ('a controra) la spiaggia si presentava deserta e i pescatori riposavano per affrontare una nuova notte di pesca. Settembre, se era propizio, era legato alla pesca delle costardelle ('e castavielli). Le barche venivano attrezzate con la ravestina (particolare rete da circuizione leggera di piombo) ed alla partenza per la battuta di pesca si recavano nella spiaggia del Portiglione per caricare le pietre che sarebbero state lanciate per costringere i pesci ad entrare nella rete.
D'inverno le ciurme si attrezzavano per la pesca con la sciabica (sciavichiello) che, a seconda dell'opportunità, veniva tirata a terra o sul gozzo; sull'arenile venivano predisposti dei piccoli pergolati (spasari) utilizzati per asciugare le reti. Nelle brutte giornate il tempo era impiegato per sarcire (tessere la rete - a quest'arte spesso si dedicavano le donne che svolgevano anche il compito di pescivendole) ed armare le reti (i mestieri). Le ciurme (chiorme) erano per la maggior parte a carattere familiare e solitamente il capo pesca era il più vecchio della famiglia. Negli anni sessanta esistevano ancora le ciurme di: Vanniello, Catapano, Accummauno, Rafele 'a Muschia e quella degli Alleati. Di queste ciurme, a volte, facevano parte anche dei contadini, che s'imbarcavano d'estate quando scarseggiava il lavoro in campagna.
Oltre a questi tipi di pesca veniva effettuata la pesca con le reti di fondo, con la lenza e qualcuno praticava la pesca al polpo mediante l'utilizzo delle lancelluzze (anforette di terracotta collegate tra loro da una sagola e depositate sul fondo; i polpi vi entravano con l'intento di costruirvi una tana). Gli anni settanta portarono il nylon ed i galleggianti in materiale plastico. Il lavoro dei pescatori fu agevolato sia per la leggerezza del materiale, sia perché, a differenza del cotone, non aveva bisogno di una repentina asciugatura; i gozzi vennero attrezzati con motori diesel, molti pescatori s'imbarcarono come marinai su navi mercantili ed un po' di poesia andò in soffitta con il boom economico. torna su

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